Giuseppina “Giusy” Versace, atleta paralimpica, conduttrice e donna di spettacolo, è la prima atleta italiana a correre con amputazione bilaterale. Nel 2011 ha fondato la Onlus Disabili No Limits (www.disabilinolimits.org) di cui è tutt’oggi presidente e nel 2015 ha condotto La Domenica Sportiva. Giusy è la testimonial di Just The Woman I Am, evento di sensibilizzazione sulle tematiche di genere, organizzato dal CUS Torino in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino e il Politecnico di Torino. Anche quest’anno una “marea rosa” si troverà in piazza San Carlo a Torino per la corsa/camminata non competitiva, momento clou della giornata del 5 marzo. Il tutto con l’obiettivo di raccogliere fondi per la ricerca e la prevenzione universitaria contro il cancro.
Attività fisica, prevenzione e ricerca universitaria, alimentazione e tematiche di genere sono le parole chiave di Just The Woman I Am, di cui sei testimonial. Quali sono i messaggi che ritieni più importanti da trasmettere ai giovani?
I temi sono tutti di grande valore. Certamente partirei da un’attenta alimentazione e dall’attività fisica, che rappresentano per tutti un buon inizio per uno stile di vita corretto.
Giusy Versace tra sport, spettacolo e impegno sociale: quali sono le battaglie che le donne devono ancora vincere?
Forse le battaglie più dure da affrontare sono quelle legate all’ignoranza, che genera anche esclusione sociale e che nonostante i tempi, purtroppo, è ancora molto diffusa.
Disabilità e sport: in quale modo l’attività fisica ti ha aiutato e dato sostegno a guardare avanti e trovare la forza per affrontare nuove sfide?
L’attività fisica costante mi ha aiutato a superare dei limiti che non credevo possibile vincere. O quantomeno non avrei scommesso su me stessa. Lo sport è una grande opportunità, è uno stimolo, anche soltanto a uscire da casa. Aiuta a confrontarsi con gli altri e ad avere consapevolezza di se stessi e di dove si vuole andare.
Nel 2016 hai partecipato alle Paralimpiadi di Rio, conquistando l’ottavo posto nei 200 metri. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza e che cosa, invece, avresti voluto cambiare?
Quando si partecipa a un’Olimpiade tutto è amplificato, grande, più emozionante, più difficile. È stata certamente un’esperienza unica che porterò sempre nel cuore e per la quale avevo lavorato molto. Ho centrato una finale difficile, quella dei 200 metri, che mi ha ridato il sorriso e che mi ha fatto rientrare in Italia con un bilancio positivo.
Dieci anni prima muovevo i primi passi con delle stampelle e non avevo idea di dove sarei potuta arrivare. Dieci anni dopo ero ai blocchi di una finale olimpica con le persone a me care in tribuna a piangere e a emozionarsi forse più di me! Non c’è regalo più bello.
Come Gusy, sostieni anche tu la ricerca universitaria sul cancro, iscrivendoti alla corsa non competitiva o alla camminata di domenica 5 marzo in Piazza San Carlo a Torino.
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