“Ho riflettuto sulle domande inutili, la classica ‘Perché proprio a me?, da trasformare in ‘Cosa posso fare, proprio io, con le mie risorse, per fronteggiare al meglio questa situazione?’ Poi è importante concedersi un po’ di creatività.”

Edda Tosco

62 anni, laurea in Filosofia, Funzionario Sport presso la Città di Torino fino alla pensione, Counsellor Sistemico

Mi chiamo Margherita Tosco, Edda per tutti.

Ho aderito con entusiasmo all’iniziativa JTWIA e ringrazio davvero il CUS Torino per la possibilità che mi offre di raccontare la mia storia e dare il mio piccolo contributo.

Fino all’età di 56 anni ho goduto di ottima salute, anche se ho convissuto per più di tre decenni con qualche leggera ansia dovuta alla presenza di noduli al seno, prima uno, poi qualcuno di più e con il tempo più numerosi.  Si è trattato di un piccolo pensiero rimasto sempre sullo sfondo, discretamente, un’impalpabile apprensione che si faceva sentire giusto qualche ora prima del consueto controllo.

Un rito che è entrato nella routine, un paio di pomeriggi all’anno dedicati a vedere che tutto andasse bene, l’attesa del solito ‘Ok,  ci vediamo fra sei mesi’, con la testa già fuori dallo studio del senologo, pronta per una passeggiata o per la piscina.

Ma quella volta, a maggio del 2015, il solito ‘ok’ non è arrivato; al suo posto un categorico ‘Dobbiamo approfondire’… ed è iniziato il cammino, un percorso fatto di visite, indagini, diagnosi, proprio “quella diagnosi”, per arrivare infine all’intervento e alle cure.

Non credo sia utile soffermarmi sul percorso medico, ognuno di noi ha avuto il suo: questo è quello che ci è capitato e che tutte abbiamo dovuto accettare, un dato di fatto.

Ciò che mi urge condividere è che non c’è solo il dato di fatto, appunto la malattia, che naturalmente va affrontata insieme ai medici con grande fiducia, ma ci siamo anche noi e dobbiamo continuare ad essere noi stesse.

Ricordo che in un primo momento, per un attimo, ho perso di vista che ero sempre io, con le mie caratteristiche, i miei desideri, come se fossi diventata io stessa la mia malattia che stava invadendo non solo il corpo ma anche la mente e l’anima.

Per fortuna, tra un esame e l’altro, ho dovuto attendere un paio di mesi prima di essere operata e ho avuto del tempo a mia disposizione, sono stati momenti duri ma fruttuosi, in cui mi sono ritrovata faccia a faccia con riflessioni mai fatte prima, pensieri grazie ai quali lo spirito vitale che tutti abbiamo dentro si è ripreso legittimamente il suo spazio.

I sentimenti che mi hanno assalita, come la paura si sono indeboliti per lasciare posto a vitalità, speranza e paradossalmente al desiderio di nuovi progetti

Poi è subentrata l’idea del dopo, dell’arrivare al dopo migliorata; dentro di me si è alzata l’asticella, ma non credo sia successo solo a me; con le compagne dell’ospedale l’ho visto capitare piuttosto spesso.

Credo di avere capito che in quei momenti difficili è importante concedersi un po’ di creatività, ognuno a modo suo, un po’ meno doveri e un po’ più cose ci appassionano (che tra l’altro raramente coincidono con quelle che si “devono “ fare!)

Un aspetto su cui mi piace riflettere riguarda la comunicazione: con l’arrivo di una diagnosi pesante spesso diventa più difficile rapportarsi con gli altri, sembra che le comunicazioni si aggroviglino e si complichino.

È come se le modalità comunicative che andavano bene prima non funzionassero più. Naturalmente non voglio generalizzare, semplificare o, peggio, banalizzare, ma può capitare che i tuoi amici, o anche tuo marito, non sappiano più come parlarti….

E anche per loro, per il tuo compagno in particolare, può non essere facile; può ritrovarsi ad oscillare tra pensieri contrastanti, del tipo ‘Cerco di essere il più normale possibile, così evito di passarle il messaggio che la situazione è davvero brutta’ oppure ‘Provo ad essere più attento, a starle più vicino, ma non riesco a trovare la misura e rischio di farla innervosire e preoccupare‘.  Naturalmente è tutto soggettivo, ma la counsellor che è in me mi fa pensare che possa essere utile quello che noi definiamo metacomunicare, cioè riuscire a parlare schiettamente, per comunicare meglio, di ciò che ci può aiutare e di cosa ci infastidisce, senza pretendere la perfezione e naturalmente avendo attenzione e rispetto per tutte le parti coinvolte.

Credo davvero che in questo senso la malattia, che è e resta quella brutta bestia da sistemare e affondare, offra un’opportunità notevole nella ricerca di nuovi equilibri funzionali.

A questo proposito non dimentichiamoci del bagaglio di strumenti di cui ci attrezziamo durante il percorso di cura, a partire dalla pazienza, dalla determinazione, dal coraggio, dalla resilienza…. Ci potrebbero essere utili in circostanze del tutto diverse!

Un altro piccolo spunto su cui ho riflettuto sono le domande inutili: la classica ‘Perché proprio a me?’ da trasformare in ‘Cosa posso fare, proprio io, con le mie risorse, per fronteggiare al meglio questa situazione?‘. In questo caso credo possa fare la differenza, per chi ne avesse voglia, un luogo, uno spazio, un professionista, un gruppo in cui potere illuminare, mettere a fuoco le risorse che abbiamo e che spesso non sappiamo neanche di possedere.

Infine  vorrei sottolineare come per me sia stato importante alla fine del percorso di cure decidere di non dovere dimenticare per forza, molto meglio elaborare.

Spero che questo mio contributo possa raggiungere e unirsi a quello delle altre donne che, come me, hanno vissuto questa significativa esperienza.

Buona Just The Woman I Am 2022!

Edda

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